Mnamon

Antiche scritture del Mediterraneo

Guida critica alle risorse elettroniche

Nordarabico antico

- VI a.C.-IV d.C. (?)

a cura di: Alessia Prioletta


  • Presentazione
  • Indice dei contenuti
  • Approfondimenti


Esempio d'iscrizione safaitica; KRS 1843, 1845-1846, 1848-1849 (credits OCIANA project)


Il nordarabico antico è un’etichetta convenzionale che raggruppa una serie scritture alfabetiche consonantiche, appartenenti alla tradizione del semitico meridionale e attestate in un’ampia area che va dalla Siria meridionale allo Yemen settentrionale, includendo la Giordania e l’Arabia saudita. Documenti in nordarabico antico sono stati trovati anche in Israele/Palestina, Egitto e Iraq.
Si ritiene che queste scritture si siano formate parallelamente al sudarabico antico, di cui probabilmente condividono un antenato comune.
La durata cronologica dei singoli alfabeti non è ancora stabilita, ma i più antichi documenti risalgono almeno alla prima metà del I millennio a. C. Non si sa quando queste scritture si siano estinte; la più tarda iscrizione datata risale al III s. d. C.
In base all’ultima classificazione di questi alfabeti, essi si distinguono in quattro sicure categorie: dadanitico, taymanitico, safaitico e hismaico, oltre ad una categoria pending chiamata tamudico, di cui si riconoscono diverse varietà (B, C, D e del sud).
Questi alfabeti sono stati utilizzati sia dagli abitanti delle grandi oasi dell’Arabia del nord, come Dadan, Taymāʾ e Dūmā, che dai nomadi e seminomadi che abitavano i dintorni delle oasi, le montagne dello Ḥijāz e i grandi deserti dell’Arabia: Ḥarra, Ḥismā, Nafūd, Najd e al-Rubʿ al-Khālī.


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Indice dei contenuti

Classificazione e nomenclatura

Il nordarabico antico comprende una serie di scritture diverse ma con evidenti relazioni reciproche, appartenenti, insieme al sudarabico antico, alla tradizione alfabetica consonantica del semitico meridionale.
Dopo la scoperta delle prime iscrizioni in nordarabico antico, intorno alla metà del XIX secolo, i diversi alfabeti nordarabici hanno ricevuto delle appellazioni – alcune delle quali in vigore ancora oggi – che sono spesso improprie e fuorvianti.
Le prime iscrizioni safaitiche furono scoperte nel 1857 in prossimità della regione di Ṣafā, un’area vulcanica a sud-est di Damasco. Questa località ha così assegnato il nome al gruppo numericamente più ampio tra i vari alfabeti nordarabici, seppure nessuna iscrizione in quest’alfabeto provenga dalla regione di Ṣafā in senso stretto.
L’appellazione di tamudico, data ad un ampio ed eterogeneo gruppo di graffiti i cui primi esemplari furono rinvenuti nel 1831, è ugualmente impropria, in quanto basata su un etnonimo, Thamūd, praticamente sconosciuto nei testi stessi.
Le iscrizioni rinvenute nell’oasi di Dadan sono state definite liḥyanitiche (Müller 1889), dal nome del regno di Liḥyān e dedanitiche (Grimme 1932), dal nome dell’oasi (queste ultime considerate cronologicamente anteriori ai testi liḥyanitici).
Negli anni 30 del XX secolo, si deve a F. V. Winnett l’aver riconosciuto all’interno del tamudico diverse varietà grafiche, da lui definite: A, B, C, D e E. Nel 1970, Winnett corregge questa divisione tentando una denominazione geografica (Najdi per il B, Ḥijāzi per il C e il D, Tābūki per lo E), che però non convince e non viene quindi adottata.
In un rivoluzionario articolo apparso nel 2000, M. C. A. Macdonald ha proposto una sostanziale modifica della terminologia in uso fino a quel momento. Una nuova categoria, “Oasis North Arabian”, raggruppa le scritture sviluppatesi nelle grandi oasi dell’Arabia del nord: dadanitico (Dadan), taymanitico (Taymāʾ) e dumaitico (Dūmā). Un gruppo non omogeneo di testi iscritti su sigilli e ceramica da parte delle comunità arabe stanziate a Babilonia o connesse con altre regioni della Siria e della Transgiordania è definito “Dispersed Oasis North Arabian”. 
Restano poi le migliaia di graffiti lasciati dalle genti del deserto: l’appellazione, seppur impropria, di safaitico è conservata. Dal gruppo del tamudico, Macdonald separa il taymanitico (tamudico A) e l’ḥismaico (tamudico E). Le altre varietà (B, C, D, oltre al tamudico del sud) restano per il momento all’interno del tamudico, in attesa di un loro studio analitico e di una migliore definizione. Di recente, una nuova varietà grafica del tamudico attestato nell’area desertica a nord di Najrān è stata isolata e definita ḥimaitico, in base al nome del sito più importante dell’area, Ḥima (Robin, Gorea 2016).


Dadanitico

Il dadanitico (o dedanitico) è l’alfabeto usato nelle iscrizioni che provengono dal sito di Dadan (oggi noto col nome di Khirbet al-Khurayba, situato a 3 km dall’oasi di al-ʿUlā, in Arabia saudita). All’inizio, gli studiosi distinguevano tra dedanitico e liḥyanitico, dal nome dei regni che si sono succeduti nell’oasi; M. C. A. Macdonald ha proposto di utilizzare una sola denominazione, basata sul toponimo Dadan (anche chiamato Dedān), in quanto le due varietà non mostrano vere differenze paleografiche o linguistiche. Il dadanitico è da lui inserito nel gruppo ONA (Oasis North Arabian) insieme al taymanitico e al dumaitico.
Dadan, oasi situata lungo la via carovaniera che portava al Mediterraneo, è menzionata nelle fonti bibliche del VI secolo a. C. e in un testo di Nabonedo, re di Babilonia. In un momento che è difficile da stabilire, ma che cade probabilmente nel periodo tolemaico, il regno di Liḥyān si sostituisce a Dadan nel dominio dell’oasi, prima di essere annesso dai Nabatei, verso la fine del I millennio a. C. Una comunità di sudarabici, provenienti dal regno di Maʿīn, vi risiedeva per motivi commerciali.
In alfabeto dadanitico sono iscritte sia iscrizioni monumentali, trovate nell’oasi e nei suoi dintorni, che qualche centinaia di graffiti. La cronologia delle iscrizioni dadanitiche, come del sito stesso, non è stata ancora stabilita con certezza, anche se esse si datano probabilmente in un periodo che va dal VI secolo a. C. al I secolo d. C.
L’alfabeto si compone di 28 consonanti, una in meno di quello sudarabico (manca la lettera ). L’alfabeto dadanitico attesta una notevole varietà nella forma dei singoli grafemi. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, tali differenze non sono di ordine diacronico ma piuttosto stilistico. I rettangoli possono essere sostituiti da triangoli (nelle lettere ʾ, b, , ġ, k, , z), i cerchi dai rombi (nelle lettere ʿ, q, , , w, y). Nei caratteri a combinazione di tratti, la d e la m mostrano la più grande varietà grafica.
In dadanitico sono attestati uno stile formale e informale. La differenza risiede solo nell’aspetto grafico, e non riguarda né il supporto né il contenuto dei testi. I due stili si trovano sia nelle iscrizioni sia nei graffiti, e lettere in stile formale e informale possono trovarsi all’interno di uno stesso testo. La forma di alcune lettere (soprattutto ʾ, d, m, , ) varia notevolmente tra i due stili.
Le principali differenze del dadanitico rispetto al resto dell’ONA riguardano la serie h, , (rappresentate capovolte), la m (che può perdere i due triangoli ed essere aperta in fondo) e la (rappresentata come y con due appendici diacritiche sopra il cerchio).
In pochi casi, i numeri sono indicati in cifre, usando come simboli le lettere dell’alfabeto. Le unità sono rappresentate con un’asta verticale (simile al separatore di parola: |); il 10 è indicato con la lettera ʿ (iniziale della parola per “dieci”), mentre il 20 è rappresentato con due ʿ uno sopra l’altro.
La tecnica di scrittura può essere il rilievo o l’incisione. Il dadanitico si scrive prevalentemente da destra verso sinistra, anche se molte lettere possono essere orientate occasionalmente verso destra. Il bustrofedico e il ductus verticale non sono attestati. L’uso di separatori di parola (a forma di asta verticale, a volte interrotta al centro) è regolare nelle iscrizioni ma non nei graffiti.

Bibliografia di riferimento
Jaussen, Savignac 1909, 1914
Sima 1999
Macdonald 2000
Macdonald 2004
Fares-Drappeau 2005
Hayajneh 2011
Hidalgo-Chacón Diez 2015


Taymanitico

Il taymanitico indica l’alfabeto utilizzato nell’oasi di Taymāʾ (situata a nord-ovest di Medina, in Arabia saudita) e nel deserto circostante. L’originaria denominazione di “Thamudic A” data da F. V. Winnett, fu poi da lui stesso cambiata in “Taymanite”, dopo aver constatato che le iscrizioni provenivano essenzialmente da quest’oasi. In anni recenti, M. C. A. Macdonald l’ha ridefinito Taymanitic, inserendolo nel gruppo ONA (Oasis North Arabian), di cui fanno parte anche dadanitico e dumaitico.
Il corpus taymanitico è cresciuto enormemente negli ultimi quindici anni, grazie alle prospezioni di Kh. Eskoubi nell’area a sud-ovest della città, che hanno portato alla luce più di 300 iscrizioni, di cui due terzi prima sconosciute. Attualmente, prospezioni epigrafiche sono condotte dalla missione archeologica tedesca, che scava nell’oasi di Taymāʾ, sotto la direzione di Macdonald.
Situata lungo la rotta commerciale che, nel I millennio a. C., portava dall’Arabia meridionale al Mediterraneo e al Golfo persico, l’oasi di Taymāʾ fu occupata almeno dal II millennio a. C. e fino al periodo islamico. La scrittura e la lingua taymanitiche erano note alle culture circostanti già nell’VIII secolo a. C., come testimonia l’iscrizione di Yariris, governatore di Carchemish. Allo stesso periodo risalgono le prime menzioni della città nei testi assiri (annali di Tiglatpileser III e iscrizione di Suḫu) e, due secoli più tardi, nelle fonti bibliche. L’ultimo re di Babilonia, Nabonedo, occupò l’oasi di Taymāʾ e vi passò dieci anni del suo regno (552-542 a.C.). Nabonedo è menzionato in un gruppo di quattro iscrizioni rupestri redatte da membri del suo esercito; questi testi contengono uno dei rari riferimenti ad avvenimenti o personaggi esterni nelle iscrizioni nordarabiche, che permettano una datazione assoluta.
Il repertorio grafico del taymanitico comprende 26 lettere. Esso si distingue dagli altri alfabeti nordarabici per la presenza del grafema rappresentante la terza sibilante sorda non enfatica s³ (presente anche in sudarabico antico). Secondo un’ipotesi recente, il grafema ṯ sarebbe confuso con s³ (segno di un passaggio fonetico /ṯ/ > /s³/). Mancano inoltre i grafemi per la lettera ḏ, rappresentata con il carattere z (segno di un passaggio fonetico /dh/ > /z/) e per la ẓ, resa con ṣ (segno di un passaggio fonetico /ẓ/ > /ṣ/).
Le principali differenze grafiche del taymanitico rispetto al resto del nordarabico antico riguardano le lettere ḍ (identica al sudarabico, o con ulteriori due tratti orizzontali), ġ (uguale al sudarabico, ma con due aste diacritiche invece che una), ṣ (capovolta, caratteristica condivisa con il tamudico B), ṭ (in forma di rettangolo con una croce di Sant’Andrea al centro) e s³ (in forma di asterisco o sole radiato).
La direzione della scrittura è da destra verso sinistra o bustrofedica e presenta, anche se in maniera non regolare, l’uso di separatori di parola, che possono avere una forma simile all’apostrofo o di un puntino messo in apice o in pedice.

Bibliografia di riferimento
Winnett, Reed 1970
Macdonald 1991
Eskoubi 1999
Macdonald 2000
Macdonald, King 2000
Macdonald 2004
Eskoubi 2007
Hayajneh 2011
Koostra 2016


Dumaitico

In origine chiamato “Jawfian” da F. V. Winnett, quest’alfabeto è stato poi definito Dumaitic da M. C. A. Macdonald e inserito nel gruppo ONA (Oasis North Arabian), di cui fanno parte anche il dadanitico e al taymanitico. E’ attestato, attualmente, da sole tre iscrizioni, rinvenute a Sakāka, città moderna dell’Arabia saudita nei pressi dell’antica oasi di Dūmā (Adummatu nelle fonti assire, Dūmat al-Jandal nel periodo islamico, oggi al-Jawf).
Situata all’estremità meridionale del wādī Sirḥān, l’oasi di Dūmā era un’importante tappa della via carovaniera verso la Siria e la Mesopotamia, sede della confederazione tribale di Qedar (dall’VIII al V secolo a. C.) prima di essere inglobata nel regno nabateo. 
Non tutte le lettere dell’alfabeto sono attestate nelle tre iscrizioni, che si datano probabilmente intorno alla metà del I millennio a. C. Tuttavia, la scrittura si distingue rispetto alle altre del gruppo ONA per la forma della (identica al sudarabico), della (al contrario, identica al sudarabico), della w (a volte rettangolare invece che circolare) e della z (di dubbia interpretazione, con asta centrale obliqua invece che orizzontale rispetto al resto dell’ONA).
La direzione della scrittura è da destra verso sinistra e i testi presentano, anche se in maniera non regolare, l’uso di separatori di parola in forma d’asta verticale.

Bibliografia di riferimento
Macdonald 2000
Macdonald 2004
Hayajneh 2011


Tamudico

Questa etichetta raccoglie più di 12.000 graffiti rupestri, attestati dalla Siria meridionale allo Yemen, passando attraverso la Giordania, l’Arabia saudita, ma anche l’Egitto settentrionale e l’Iraq nord-occidentale. La definizione, coniata dagli studiosi del XIX secolo sulla base di una presunta attestazione dell’antica tribù araba di Tamud (Ṯmd, in arabo Thamūd), è oggi ritenuta puramente convenzionale, una sorta di “Restklassenbildung” o categoria indeterminata i cui testi attendono una più precisa classificazione.
All’interno del tamudico si possono riconoscere alcune varietà, caratterizzate da particolarità grafiche ma anche da onomastica, formulario e contenuto diversi. Il corpus tamudico è stato studiato da due punti di vista differenti: studiosi come van den Branden e Jamme sono partiti dall’idea che il tamudico fosse un unico alfabeto, prodotto della tribù di Tamud, da loro considerata come una popolazione omogenea e sedentaria. L’estensione geografica delle iscrizioni sarebbe dovuta al movimento di queste genti, dedite al commercio carovaniero; d’altro canto, le diversità paleografiche corrisponderebbero ai diversi stadi evolutivi della scrittura.
Il secondo approccio, inaugurato da F. V. Winnett, riconoscendo la natura miscellanea del tamudico, ha cercato di suddividere le iscrizioni in gruppi sulla base delle differenze grafiche. Nel 1937, Winnett ha riconosciuto cinque gruppi diversi, denominati in modo neutro: A, B, C, D, E. Nel 1970, lo studioso ha tentato una denominazione regionale, che però non ha avuto successo.
Successivamente, il taymanitico (A) e l’ḥismaico (E) sono stati separati dal tamudico. Restano quindi da definire in maniera più appropriata i gruppi B-D, oltre ad un grosso numero di graffiti provenienti dal sud della penisola araba e definiti “tamudico meridionale” (“Southern Thamudic”).
L’alfabeto tamudico è composto di 28 lettere, anche se alcune di queste non sono state identificate con sicurezza. Le maggiori differenze grafiche tra i vari sotto-gruppi riguardano le lettere g, ġ, , che sono completamente diverse. In certi casi, un simbolo può avere un diverso valore fonetico nei vari sotto-gruppi: ad esempio, un tratto verticale rappresenta la n nel tamudico B e la r nel D; un segno simile alla nostra E girata di 45° verso sinistra rappresenta la nei tre gruppi ma anche la in tamudico B. Differenze singole riguardano le lettere ʾ (C), (B), (D), (D), z (B).
Anche il ductus diverge all’interno del tamudico: il tamudico B può essere scritto in qualunque direzione (destra-sinistra e viceversa, verso l’alto o verso il basso, circolarmente ecc.); il tamudico C e D è scritto di preferenza in colonne verticali; il tamudico del sud si scrive soprattutto da destra verso sinistra. Di recente, Ch. J. Robin ha isolato all’interno del tamudico del sud una varietà propria della regione desertica a nord di Najrān, a cui è stato dato il nome di ḥimaitico, in base al sito di Ḥima. 

Bibliografia di riferimento
Winnett 1937
Ryckmans 1956
Winnett, Reed 1970
Macdonald, King 2000
Robin, Gorea 2016


Hismaico

In grafia hismaica sono iscritti circa 5000 testi, rivenuti principalmente nella regione desertica di Ḥismā, situata nel sud della Giordania e, in misura minore, nel nord dell’Arabia saudita. Il gruppo era stato in origine definito “Thamudic E” da F. V. Winnett, che aveva poi optato per “Tābūki Thamudic”; E. A. Knauf ha invece proposto “Safaitico del sud”. Si deve allo studio di G. King il merito di aver riconosciuto l’unicità di questi testi, dal punto di vista grafico e linguistico, rispetto sia al tamudico sia al safaitico. In seguito, M. C. A. Macdonald e la stessa King hanno proposto la definizione di hismaico, ormai entrata in uso. Si ritiene che queste iscrizioni, trovate non lontano da Petra e che presentano spesso nomi e divinità nabatei, siano all’incirca contemporanee del regno nabateo e si datino tra il I secolo a. C. e il I d. C.
L’alfabeto hismaico presenta 28 consonanti (manca la ). Le maggiori similitudini grafiche si hanno con il safaitico e con il tamudico. Tuttavia, in hismaico, 6 segni che si ritrovano in safaitico hanno un valore fonetico diverso rispetto a questo: g (saf. ), (saf. ), (saf. l/n), (saf. ), (saf. ) e (saf. z). 
Le lettere possono presentare una notevole varietà grafica. I testi sono iscritti in qualunque direzione (verticale, orizzontale, cerchio, spirale) e sono privi di separatori di parola. Le lettere sono spesso scritte una dentro l’altra e si possono avere casi di legature tra le lettere.
Alcuni testi presentano caratteri misti in hismaico-safaitico o hismaico-tamudico.
 
Bibliografia di riferimento
King 1990
Macdonald 2000
Macdonald, King 2000


Safaitico

In alfabeto safaitico sono attestati circa 35.000 graffiti, prodotti da genti nomadi e rinvenuti nel deserto tra la Siria meridionale, la Giordania nord-orientale e l’Arabia saudita settentrionale. In base ad alcuni indizi storici presenti all’interno dei testi, essi sono generalmente datati tra il I secolo a. C. e il IV d. C.  
L’alfabeto presenta 28 consonanti (manca la s³). Il safaitico condivide il numero maggiore di segni con il tamudico B e con l’ḥismaico. Rispetto al tamudico B, il safaitico ha forme differenti per le lettere ḏ, ġ e ṭ. Per la lista dei segni identici all’ḥismaico ma con valore fonetico diverso, si veda la rubrica ‘ḥismaico’ in alto. Non siamo in grado, al momento, di stabilire il tipo di relazione tra questi alfabeti o il processo di derivazione di un alfabeto dall’altro.
I graffiti safaitici sono scritti in scrittura continua, senza separatori di parola e in qualunque direzione (orizzontale, verticale, cerchio, spirale).  
In safaitico incontriamo diverse variazioni stilistiche, che sono state spesso interpretate, a torto, come evoluzioni diacroniche. Per esempio lo stile quadrato (“square style”), considerato da alcuni studiosi come lo stile più arcaico, in cui le lettere diventano più angolari rispetto allo stile normale e acquisiscono decorazioni geometriche. In realtà, lettere appartenenti ad entrambi gli stili possono trovarsi all’interno di uno stesso testo; tali variazioni sono dunque il prodotto di una competenza estetica o di un gusto particolare da parte degli autori e non hanno alcun valore diacronico. Tuttavia, non solo la forma delle lettere varia all’interno dei due stili, ma anche il valore fonetico di un singolo glifo può essere diverso tra stile normale e quadrato. Secondo un’ipotesi recente avanzata dal gruppo dell’Università di Leiden, lo stile quadrato sarebbe una variazione geografica e collegata solo a particolari gruppi familiari.
In safaitico si conoscono casi di legature, in cui cioè le lettere, normalmente separate tra loro, sono unite tramite segmenti, puntini o brevi tratti. Definito da alcuni come una forma di corsivo, sono anche in questo caso il prodotto di una scelta intenzionale e individuale, spesso opera di terzi e dunque successiva all’incisione del graffito, dettata dal gioco o da una volontà di sfregio del monumento.

Bibliografia di riferimento
Macdonald 1995
Macdonald 2000
Hayajneh 2011
Al-Jallad 2015


Paleografia

Tra le scritture nordarabiche, l’alfabeto dadanitico è quello che presenta le maggiori differenze grafiche. Sin dai primi studi, alla fine del XIX secolo, tali differenze sono state oggetto di uno studio paleografico e interpretate come evoluzioni diacroniche. Studiosi come Grimme (1932), Winnett (1937) e Caskel (1954) hanno così suddiviso la documentazione in due periodi: arcaico (dedanita) e recente (liḥyanita). Caskel e Fares-Drappeau (2005) hanno ulteriormente suddiviso il periodo liḥyanita in due fasi. Tuttavia, recentemente (Hidalgo-Chacón Diez 2015; Macdonald, in stampa) è stato dimostrato che questa classificazione è errata: le differenze nella forma delle lettere riguardano lo stile (formale vs. informale) e non il periodo. Lettere appartenenti ai due stili, e una stessa lettera in forme diverse, possono trovarsi in uno stesso testo. La ragione di questa variazione è ignota, ma non è di ordine cronologico.
Nel caso dei graffiti lasciati dai nomadi, come in tutte le società non-alfabetizzate, è probabile che la trasmissione del sapere paleografico fosse di tipo orale e non attraverso le scuole scrittorie. La scrittura era appresa in modo casuale e mnemonico, senza insegnamento formale. Questo implica che le grandi variazioni grafiche riconoscibili all’interno dei diversi alfabeti non sono il prodotto di un’evoluzione, ma sono dovute piuttosto ad altre possibili cause: livello di competenza e gusto degli autori, tipo di supporto (basalto, arenaria ecc.), particolari circostanze in cui il testo è stato inciso.
Questo rende impossibile sia un approccio paleografico interno a ciascun alfabeto che una paleografia comparata tra i vari alfabeti (tamudico, ḥismaico e safaitico). Ancora più erroneo è confrontare paleograficamente questi alfabeti con quelli delle società sedentarie (in particolare il dadanitico).

Bibliografia di riferimento
Macdonald 2015


Tipologia dei testi e formulari

Delle culture sedentarie dell’Arabia settentrionale che hanno lasciato documenti in scrittura nordarabica antica, l’oasi di Dadan è l’unica a testimoniare, in maniera evidente, testi formali prodotti da una scuola scrittoria. Le tipologie testuali più diffuse a Dadan sono: testi votivi, che tramandano delle cerimonie in onore di ḏ-Ġbt, dio principale dell’oasi; testi funerari relativi alla costruzione di tombe; iscrizioni regali, menzionanti i re di Dadan e di Liḥyān e spesso recanti una datazione.  
Al contrario, nell’altra grande oasi dell’Arabia del nord, Taymāʾ, i documenti ufficiali sono scritti in lingue esterne, associate alle potenze dominanti e alla loro burocrazia: cuneiforme babilonese all’epoca di Nabonedo, aramaico nel periodo degli achemenidi, nabateo durante il regno dei nabatei. Solo di recente sono state rinvenute poche corte iscrizioni in taymanitico all’interno del sito. Sino ad ora, quindi, la maggior parte dei testi in scrittura e lingua taymanitica sono solo in forma di graffiti e provengono dai dintorni dell’oasi.
I nomadi e semi-nomadi hanno prodotto esclusivamente graffiti, incisi a migliaia sulle rocce che percorrono i grandi deserti arabi e i dintorni delle oasi. Secondo la definizione di Macdonald, i graffiti sono una “self-expression on public surfaces”, trasmettono cioè un messaggio personale, ma sono iscritti in luoghi in cui possono essere potenzialmente visti da chiunque. Secondo lo studioso, i graffiti sono quasi interamente privi di finalità pratiche, incisi dai nomadi come passa-tempo durante le lunghe ore di attesa nel deserto durante il pascolo dei greggi o la guardia contro il nemico.
Nonostante questo, tuttavia, si nota una notevole differenza di formulario tra le diverse varietà scrittorie: tamudico (B, C, D e del sud), ḥismaico e safaitico. Questo ha portato a rivedere l’interpretazione delle finalità e delle dinamiche alla base della produzione dei graffiti, e a riesaminare la teoria del passatempo. Secondo al-Jallad, il repertorio limitato di formule e le loro differenze tra le varie grafie suggeriscono, in realtà, l’esistenza di una tradizione scrittoria anche per la produzione dei graffiti.
I testi safaitici prediligono lunghe genealogie, che possono arrivare fino a 17 generazioni dopo il nome dell’autore, e hanno quindi lasciato un ricchissimo repertorio onomastico. I testi contengono descrizioni dello stato d’animo o delle azioni degli autori: invocazione e preghiere alla divinità per la richiesta di sicurezza, sollievo da privazione, bottino, maledizioni contro chi danneggi il documento; menzione degli spostamenti stagionali da regione a regione; costruzione di una tomba per un defunto; cordoglio per la perdita di una persona cara. I testi safaitici contengono sporadiche menzioni di popolazioni e avvenimenti esterni: i Romani e i loro imperatori, i Nabatei, i Persiani o gli Iturei.   
All’incirca gli stessi argomenti, seppure con formulari diversi, sono contenuti nei testi ḥismaici: semplici attestazioni di paternità del testo o di questo e del disegno ad esso associato, preghiere e invocazioni alle divinità, maledizioni, espressioni di emozioni.
I testi in tamudico sono molto più poveri a livello testuale, poiché contengono soprattutto attestazioni di paternità del testo, semplici invocazioni alle divinità, dichiarazioni di saluto.

Bibliografia di riferimento
Macdonald 1995
Fares-Drappeau 2005
Hayajneh 2011
Hidalgo-Chacón Diez 2015
Al-Jallad 2015


Alfabetizzazione e registri scrittori

Grazie a più di 65.000 iscrizioni e graffiti scoperti nei diversi paesi della penisola, l’Arabia preislamica è una delle regioni più straordinarie del mondo antico per ciò che riguarda l’alfabetizzazione. Tuttavia, quando si parla di questo tema, è necessario non solo distinguere fra le varie abilità (scrittura, lettura), ma anche prendere in considerazione il tipo di società in cui la scrittura è praticata e il documento è prodotto.
La diversità socio-culturale dell’Arabia preislamica svolge, infatti, un ruolo determinante nell’uso della scrittura. Il dimorfismo è una caratteristica degli abitanti dell’Arabia antica, che si dividono tra una popolazione sedentaria, prevalentemente agricola e urbana, e i nomadi e semi-nomadi, che si spostano nelle regioni desertiche vivendo di pastorizia.
Nelle società sedentarie e urbanizzate, nel nord come nel sud della penisola, la scrittura è essenziale per il loro funzionamento. Si può parlare di società alfabetizzate nel senso che l’alfabetizzazione è praticata a diversi livelli, sia per gli aspetti pratici della società, come la burocrazia, la religione o l’economia, che senza finalità comunicativa. In queste società, esistevano probabilmente due livelli di alfabetizzazione: un primo livello, che consiste nella capacità di incidere graffiti rupestri spontanei ma privi di qualsiasi esigenza di comunicazione; un secondo livello, legato ad esigenze pratiche, proprio delle scuole scrittorie e di una categoria di persone alfabetizzate appartenenti al tempio o all’autorità politica.
Le società nomadiche e semi-nomadiche sono, al contrario, società non alfabetizzate, poiché in esse la scrittura ha uno scopo pratico limitato e non ha mai scalzato il ruolo che la trasmissione orale gioca nella comunicazione. A differenza delle società urbanizzate, i nomadi hanno lasciato solo i testi meno curati, vale a dire i graffiti, e il materiale generalmente utilizzato è la pietra del deserto.
In Arabia del nord, sono attestati esclusivamente documenti pubblici, rivolti cioè alla comunità e non ad uno specifico individuo. Anche i graffiti, nonostante trasmettano un messaggio personale e non ufficiale, possono definirsi documenti pubblici, in quanto sono iscritti in luoghi dove potevano essere letti dalle genti di passaggio.
Non sono giunti fino a noi documenti scritti in inchiostro o incisi su legno o cera, materiali che in altre culture portano generalmente documenti in scrittura informale, concepita per un uso pratico e per testi legati alla vita di tutti i giorni. Nell’oasi di Dadan esiste, in realtà, una versione della scrittura dallo stile più informale, che però non si distingue per supporto, fine e tipo di testi, da quella formale.

Bibliografia di riferimento
Macdonald 2005
Stein 2010
Macdonald 2015