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Antiche scritture del Mediterraneo

Guida critica alle risorse elettroniche

Celtico, leponzio

- VII - VI sec. a.C. ca.

a cura di: Francesca Ciurli


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Stele funeraria in leponzio (VI-V sec. a.C.)


Il leponzio (o Lepontico) trae il nome da una popolazione che, secondo le fonti antiche, abitava la regione meridionale delle Alpi durante il primo millennio a.C., i Lepontii. Un’eco della loro presenza in quest’area sopravvive nell’odierna val Leventina o (Lepontina), nel Canton Ticino.
Il termine oggi comunemente accettato è comunque impreciso poiché la distribuzione areale delle testimonianze scritte ricopre un’area più vasta di quella che si ritiene fosse anticamente occupata dai Lepontii.

La posizione del leponzio in seno alla famiglia celtica e, più in particolare, il suo rapporto con la variante dialettale gallica detta “cisalpina” sono stati oggetto di controversie tra gli studiosi. L’opinione comune attuale condivide la tesi di Michel Lejeune, che nel 1971 classificò il leponzio come lingua celtica continentale (la più anticamente attestata) sulla base di alcune isoglosse comuni ad altre lingue celtiche. Una minoranza di studiosi invece si allinea alla posizione più recente (1998) di Joseph Eska, secondo il quale il leponzio non sarebbe una lingua indipendente, ma rappresenterebbe una forma antica di gallico, una variante dialettale del nord Italia detta “gallico cisalpino”. L’opinione prevalente fino agli anni ‘70 vedeva piuttosto il leponzio come una lingua indoeuropea affine al Ligure.

La lingua leponzia ci è nota oggi grazie al ritrovamento nella zona tra Lugano, il lago Maggiore e il lago di Como di circa 140 iscrizioni, databili tra l’inizio del VI sec. a.C. e il I sec. a.C. Da esse emerge uno sviluppo linguistico in due fasi: una fase più antica, coincidente archeologicamente con la parte finale della cosiddetta “cultura di Golasecca” (dal nome del suo epicentro nella provincia di Varese) e una seconda fase il cui inizio - 400 ca. a.C. -  è marcato dall’invasione della piana del Po da parte dei Galli, portatori della cultura materiale di La Tène. In conseguenza di ciò iniziano a comparire nell’area lepontica un certo numero di iscrizioni di lingua gallica, ma di alfabeto leponzio.
Benché una divisione meccanica delle due lingue sia problematica, poiché condividono molti tratti comuni, per comodità oggi si considerano come leponzie solo le iscrizioni trovate in un raggio di  più o meno 50 km intorno alla città di Lugano mentre quelle al di fuori dell’area sono intese come appartenenti al dialetto gallico cisalpino.
L’invasione dei Galli dette inizio al processo di estinzione del leponzio. Esso venne dapprima assimilato dalla lingua gallica e successivamente, dopo che Roma ebbe conquistato la Gallia Cisalpina, venne completamente assorbito dal latino fino a scomparire del tutto.

I testi delle iscrizioni da cui traiamo oggi la nostra conoscenza del leponzio sono molto corti: da una parola, generalmente un nome, alle sette dell’iscrizione più lunga e sono incisi su pietre lavorate o grezze e su vasellame. Il corpus indica un uso dello scritto prevalentemente funerario, ma molte sono anche le indicazioni di possesso degli oggetti; si hanno anche 17 legende monetarie e due dediche.

Le iscrizioni leponzie sono quasi tutte incise in un alfabeto di derivazione etrusca, conosciuto col nome di “alfabeto di Lugano” (dalla zona di provenienza della maggior parte delle epigrafi)., uno dei numerosi sistemi di scrittura derivati da una varietà nordica dell’alfabeto etrusco.
Una caratteristica di questi alfabeti è quella di utilizzare un solo fonema per indicare graficamente le occlusive sorde e quelle sonore. Per marcare dunque l’ambiguità del suono, nella trascrizione si ricorre convenzionalmente alle maiuscole P per p/b, T per t/d, K per k/g.

Da un attento esame delle iscrizioni emerge un possibile sviluppo dell’alfabeto in due fasi: una più antica tra il VI ed il V sec. a.C. ed una marcata dal contatto con il gallico tra il III ed il I sec. a.C. Nel primo periodo l’alfabeto constava di 19 segni, ancora molto simili a quelli dell’alfabeto etrusco arcaico: tra di essi il digamma (v), il theta circolare puntato e tre segni per notare la sibilante sorda, san a farfalla (ś), sigma a tre tratti e sigma a quattro tratti. Viene usata anche la vocale o, che l’etrusco non impiegava e che si pensa sia di influenza greca. Nella seconda fase, in cui l’alfabeto venne usato per trascrivere il gallico, digamma e theta scompaiono e si assiste ad un cambiamento di forma per la vocale a, più simile ad un digamma inclinato.
Non esistono segni doppi né consonantici né vocalici e non è indicata la quantità delle vocali, che possono essere interpretate quindi come brevi o come lunghe. I segni per /i/ e /u/ inoltre possono essere usati anche per designare le semiconsonanti /j/ e /w/.

Il senso della scrittura va principalmente da destra a sinistra, ma ci sono esempi di scrittura anche da sinistra a destra. Esistono inoltre alcune iscrizioni bustrofediche.


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