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Antiche scritture del Mediterraneo

Guida critica alle risorse elettroniche

Lineare B

- XIV - XIII sec. a.C.

a cura di: Maurizio Del Freo


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Tavoletta An 657 di Pilo, Messenia, fine XIII sec. a.C. (Museo Archeologico Nazionale di Atene).


La lineare B è una scrittura attestata a Creta e sul continente Greco fra il XIV e il XIII sec. a.C. e utilizzata per notare una forma arcaica di greco. Il gruppo più antico di testi è stato rinvenuto a Cnosso nella cosiddetta “Room of Chariot Tablets” ed è databile all’inizio del XIV sec. (o tra la fine del XV e l'inizio del XIV sec.). Gli altri testi di Cnosso sono più tardi e risalgono, secondo la maggioranza degli studiosi, alla prima metà del XIV sec., secondo altri, alla fine del XIII sec. Viceversa, i testi del continente, salvo eccezioni, sono tutti databili alla seconda metà del XIII sec.


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Indice dei contenuti

Origini della scrittura

La lineare B ha più del 70% dei sillabogrammi in comune con la lineare A. Non vi è dubbio, dunque, che sia nata da quest’ultima scrittura. Durante il processo di adattamento alcuni segni della lineare A furono sopressi, altri creati ex novo, quasi certamente a causa della parziale inadeguatezza della lineare A alla fonetica del greco. I segni della lineare B sono spesso più elaborati di quelli omomorfi della lineare A. La lineare B sembrerebbe dunque derivare da una forma di lineare A diversa da quella attestata sui documenti a noi pervenuti. La lineare B, inoltre, è una scrittura attestata unicamente in ambito palaziale per scopi di tipo contabile. L’evidenza archeologica suggerisce che in Grecia le condizioni per la nascita di una civiltà palaziale si determinarono solo a partire dal XVI sec. a.C. Di conseguenza, la lineare B dovrebbe essere nata fra il XVI e il XV sec. La scoperta di un ciottolo iscritto in lineare B in un contesto non palaziale databile al XVII sec., effettuata nel 1994 a Kafkania presso Olimpia, è dunque piuttosto sorprendente. Allo stato attuale è impossibile dire dove sia nata la lineare B, se a Creta o sul continente greco. La seconda possibilità, tuttavia, appare a priori come la più probabile.


Tipologia delle iscrizioni

In totale si possiedono circa 6000 iscrizioni in lineare B, il 98% delle quali incise su documenti d’archivio in argilla: tavolette, a forma di pagina o di foglia, etichette e cretule di vario tipo. Le rimanenti sono dipinte su vasi in terracotta, per lo più grosse “anfore a staffa” in ceramica grezza, destinate al commercio dell’olio e del vino. A queste si aggiungono un’iscrizione su un sigillo in avorio e una su un possibile peso in pietra. Dubbi sono stati sollevati sulle circostanze di ritrovamento di un ciottolo di pietra a Kafkania presso Olimpia e di un sigillo in ambra a Bernstorf presso Monaco di Baviera.

Le iscrizioni su documenti d’archivio registrano transazioni di natura economica (censimenti, entrate e uscite). Le tavolette a forma di pagina e a forma di foglia contengono rispettivamente registrazioni di tipo consuntivo e di tipo preliminare. Le etichette portano sul verso l’impronta di un contenitore (in genere quella di un canestro di vimini). I brevi testi presenti sul recto si riferiscono al contenuto delle tavolette archiviate nei contenitori. Le cretule, presentano quasi sempre un’impronta di sigillo e brevi testi relativi alla transazione certificata dal sigillo. Le iscrizioni sulle “anfore a staffa”, infine, si riferiscono a luoghi e individui verosimilmente coinvolti nella produzione delle derrate contenute nei vasi. È probabile, dunque, che anche le iscrizioni sulle “anfore a staffa” fossero di natura economico-amministrativa.
Per lo più, tavolette, etichette, cretule e “anfore a staffa” sono venute alla luce nei palazzi. Quando provengono da edifici esterni ai palazzi, il contenuto dei testi e in qualche caso le relazioni esistenti fra questi e i testi rinvenuti nei palazzi inducono a identificare tali edifici come annessi palaziali. Non sembra, dunque, che sia mai esistita una contabilità di tipo “privato” in lineare B.


Area di diffusione delle iscrizioni

Le iscrizioni in lineare B sono attestate a Creta (Armeni, Chania, Cnosso, Mallia) [mappa cliccabile] e nella Grecia continentale (in Argolide: a Micene, Tirinto e Midea; in Messenia: a Pilo e Iklaina; in Laconia: a Haghios Vassileios; in Beozia: a Tebe, Creusi, Orcomeno e Gla; in Attica: a Eleusi; in Focide: a Medeone; in Tessaglia: a Dimini e Volos). I documenti d’archivio sono stati rinvenuti a Cnosso, Chania, Micene, Tirinto, Midea, Pilo, Iklaina, Haghios Vassileios, Tebe e Volos, mentre le iscrizioni vascolari sono state rinvenute ovunque, tranne che a Pilo, Iklaina, Haghios Vassileios, Volos e Medeone di Focide. Quest’ultima località ha restituito l’unico esempio sicuro di iscrizione in lineare B su sigillo, mentre da Dimini proviene un possibile peso in pietra iscritto.


Decifrazione

La lineare B fu decifrata dall’architetto inglese Michael Ventris nel 1952. In realtà, Ventris aveva cominciato a interessarsi al problema quando era ancora molto giovane fra gli anni ’30 e ’40, ma tornò a dedicarvisi solo dopo la fine della Seconda Guerra mondiale e dopo il conseguimento della laurea in architettura.

Quando nel 1950 cominciò ad applicarsi nuovamente in modo sistematico al problema, Ventris sapeva che la lineare B era una scrittura formata da logogrammi, metrogrammi, aritmogrammi e sillabogrammi, che il sistema numerico utilizzato dagli scribi era di tipo decimale (Evans 1935), e che i metrogrammi erano organizzati in sistemi di multipli e sottomultipli (Bennett 1950). Sapeva, inoltre, che i sillabogrammi, essendo meno di un centinaio, dovevano corrispondere a sillabe aperte, formate cioè da vocale o da consonante + vocale. Infine, grazie alle fondamentali osservazioni di Alice Kober (1943) sulle alternanze dei segni e dei gruppi di segni in fine di parola, sapeva che la lingua della lineare B doveva essere di tipo flessivo.

Quello adottato da Ventris fu un metodo di tipo statistico e combinatorio, incentrato sullo studio delle frequenze e delle alternanze dei sillabogrammi a prescindere dai loro valori fonetici. A tale scopo, Ventris si avvalse del primo elenco affidabile dei sillabogrammi della lineare B, pubblicato da Emmett Bennett nel 1951. In base a una proprietà statistica tipica dei sistemi grafici che notano solo sillabe aperte, Ventris ipotizzò che i sillabogrammi con le frequenze maggiori all’inizio di parola e minori all’interno e in fine di parola corrispondessero a suoni vocalici. Inoltre, poiché le alternanze regolari fra sillabogrammi in fine di parola sembravano avere una funzione di tipo flessivo ed esprimere casi grammaticali distinti, ipotizzò che i sillabogrammi alternanti avessero consonante identica e vocale diversa (come ni e no rispettivamente nel gen. sg. domi-ni e nel dat.-abl. sg. domi-no). Viceversa, nei casi in cui le alternanze esprimevano generi grammaticali distinti, come nei censimenti di uomini e donne, Ventris ipotizzò che i sillabogrammi utilizzati per lo stesso genere avessero vocale identica e consonante diversa (come ni e li nei nom. pl. m. domi-ni e famu-li o na e la nel nom. sg. f. domi-na e famu-la). In base a queste e ad altre osservazioni simili, Ventris verso la fine del 1951 cominciò a disporre i sillabogrammi in una griglia, incolonnando fra loro quelli con la stessa vocale e mettendo su uno stesso rigo quelli con la stessa consonante a prescindere dal loro effettivo valore fonetico. La griglia nei mesi successivi subì vari rimaneggiamenti e correzioni, mano a mano che i rapporti fra i sillabogrammi andavano precisandosi. Un ruolo importante in questo ebbe la pubblicazione della prima edizione dei testi di Pilo ad opera di Bennett alla fine del 1951.

La svolta avvenne il 1 giugno 1952, quando Ventris, nella sua Nota di lavoro n. 20 intitolata “Are the Knossos and Pylos tablets written in Greek?”, formulò alcune ipotesi di lettura da lui definite come “a frivolous digression”. L’understatement fu in parte dovuto al fatto che, all’epoca, archeologi e storici escludevano categoricamente una presenza greca a Cnosso nella Tarda Età del Bronzo.

Le ipotesi alla base della “digressione” furono le seguenti: 1) che ciascuno dei gruppi di tre sequenze sillabiche alternanti, individuati da Alice Kober nel materiale epigrafico cnossio (i cd. “Kober’s triplets”), fossero costituiti da un toponimo e da due etnici (in modo analogo alle città e alle corporazioni registrate nelle tavolette di Ugarit); 2) che alcuni di questi toponimi ed etnici fossero sopravvissuti in età classica; 3) che fra questi vi fosse Amnisos (il porto di Cnosso secondo Str. X, 4, 8); 4) che il sillabogramma *08, data l’altissima frequenza iniziale, corrispondesse alla vocale a (tipologicamente la più frequente fra le vocali); 5) che i sillabogrammi *06 e *37 avessero lo stesso valore fonetico dei sillabogrammi omomorfi del sillabario cipriota classico, cioè na e ti; 6) che il valore fonetico del sillabogramma *30 della griglia, situato all’incrocio fra il rigo di na e la colonna di ti, fosse ni; 7) che in lineare B, per la notazione dei gruppi consonantici, fosse utilizzata la regola della “vocale quiescente” come nel sillabario cipriota classico e che quindi il toponimo Amnisos fosse notato graficamente come a-mi-ni-so (dove la i di mi è scritta ma non pronunciata), cioè, in base alle ipotesi precedenti, *08-?-*30-?. Ora, fra i “Kober’s triplets”, l’unica sequenza compatibile con *08-?-*30-? era *08-*73-*30-*12. Ventris, di conseguenza attribuì a *73 il valore fonetico mi e a *12 il valore fonetico so. Ciò era incoraggiante, poiché nella griglia *73 (mi) si trovava nella stessa colonna di *30 (ni). Quanto a *12, il valore fonetico so comportava automaticamente l’attribuzione della vocale o a tutti i sillabogrammi situati nella stessa colonna, fra i quali vi era anche *52, che, trovandosi sulla stessa riga di *30 (ni), poteva essere letto no. Il fatto che fra i “Kober’s triplets” vi fosse anche la sequenza *70-*52-*12 e il fatto che, in base alle osservazioni precedenti, tale sequenza potesse essere letta come ?o-no-so (nella griglia *70 si trova nella stessa colonna di *12), costituiva un ulteriore incoraggiamento. La sequenza ?o-no-so, infatti, poteva essere letta ko-no-so e identificata col toponimo Knossos, il che permetteva di attribuire al sillabogramma *70 il valore fonetico ko. Si era così innescato un procedimento a catena, grazie al quale Ventris poté proporre le letture a-mi-ni-si-jo e a-mi-ni-si-ja per gli etnici di a-mi-ni-so, le letture to-so e to-sa per le formule del totale e così via.

Nonostante questi risultati incoraggianti, Ventris, al momento di trarre le conclusioni del suo ragionamento, si mostrò scettico circa la possibilità che i documenti in lineare B fossero scritti in greco. Ciò che lo portava a dubitare della correttezza della decifrazione erano soprattutto alcune grafie anomale o inattese come ko-wo e ko-wa per ‘bambino’ e ‘bambina’ (invece di ko-ro e ko-ra, cf. att. koros, kore) o l’uso del sillabogramma *78 per la congiunzione enclitica te ‘e’ (invece del sillabogramma *04 te).

La collaborazione con John Chadwik, grecista dell’università di Cambridge, iniziata nel luglio del 1952, contribuì a dissipare tali dubbi. La maggior parte delle grafie anomale o inattese poterono infatti essere spiegate alla luce della natura arcaica del greco delle tavolette. Così, ad esempio, ko-wo e ko-wa si rivelarono essere le grafie per korwos e korwa, forme arcaiche di koros e kore, mentre l’uso del sillabogramma *78 per la congiunzione enclitica divenne comprensibile nonappena fu chiaro che il greco delle tavolette possedeva ancora i suoni occlusivi labiovelari ereditati dall’indoeuropeo (te è infatti da *kwe, cf. lat. -que).

Nel 1953, quando la maggior parte delle incertezze furono dissipate, Ventris e Chadwick pubblicarono i risultati della decifrazione nell’articolo “Evidence for Greek Dialect in the Mycenaean Archives”.

La conferma definitiva della correttezza della decifrazione arrivò nello stesso anno, quando Carl Blegen, l’archeologo responsabile dello scavo del palazzo di Pilo, comunicò a Ventris e Chadwick che, applicando ad alcune tavolette ancora inedite i valori fonetici da loro proposti, era possibile leggere prima del disegno inequivocabile di un vaso con tre piedi la parola ti-ri-po-de ‘tripodi’.


Tipo di scrittura

La lineare B è una scrittura logo-sillabica, formata cioè da logogrammi e da sillabogrammi. I primi sono segni corrispondenti a parole; i secondi sono segni corrispondenti a sillabe. Il sillabario della lineare B si compone di 87 segni (alcuni dei quali utilizzati anche come logogrammi). I sillabogrammi si distinguono in sillabogrammi semplici, complessi e doppioni (detti anche omofoni). I primi corrispondono a sillabe formate da  vocale (a, e, etc.) o da consonante+vocale (pa, ro, etc.), i secondi a sillabe formate da  consonante+consonante+vocale (nwa, pte, etc.), i terzi sono foneticamente simili ad altri sillabogrammi (a2, simile ad a, pu2, simile a pu, etc.) e specializzati nella rappresentazione grafica di certi suoni (p.es. a può rendere graficamente sia [a] che [ha], mentre a2 è specializzato nel rapprentare graficamente [ha]). Di alcuni sillabogrammi di rara attestazione non si conosce il valore fonetico. Per questa ragione non sono traslitterati, ma semplicemente trasnumerati (*18, *19, *22, etc.).

 

Per quanto riguarda le regole ortografiche, la lineare B non distingue le vocali lunghe dalle vocali brevi (po-ro, pōlos ‘puledro’; po-de, podei ‘piede’), la l dalla r (a-pi-po-re-we, amphiphorÄ“wes ‘anfore’; e-re-u-te-ro, eleutheros ‘libero’), le consonanti sorde da quelle sonore (ke-ra, geras ‘privilegio’; ke-ra, keras ‘corno’) [salvo nel caso delle dentali (de-so-mo, desmos ‘legame’; te-me-no, temenos ‘terreno riservato’)], le consonanti non aspirate da quelle aspirate (te-o, theos ‘dio’; te-ko-to-ne, tektones ‘carpentieri’). Le consonanti finali di parola non sono notate (pa-te, patÄ“r ‘padre’; ka-ke-we, khalkÄ“wes ‘bronzieri’; po-me, poimÄ“n ‘pastore’). Lo stesso vale per le consonanti finali di sillaba (pa-te, pantes ‘tutti’) e per la s anteconsonantica (pa-i-to, Phaistos ‘Festos’). I gruppi consonantici sono resi graficamente mediante “vocali quiescenti” (a-mi-ni-so, Amnisos; wi-ri-no, wrÄ«nos ‘cuoio’). Eventualmente possono essere resi mediante doppioni (di-pte-ra3, diphtherai ‘pelli’). I secondi elementi di dittongo possono essere o non essere notati (qo-u-qo-ta opp. qo-qo-ta, gwougwotās ‘pastore di buoi’; wo-i-ko opp. wo-ko, woikos ‘casa’). Eventualmente possono essere notati mediante doppioni (e-ra3-wo, elaiwon ‘olio’; a3-ku-pi-ti-jo, Aiguptios ‘Egiziano’). Viceversa, i suoni semivocalici di transizione y e w che si sviluppano tra i e u + vocale sono regolarmente notati (ku-pi-ri-jo, Kuprios ‘Cipriota”; ku-wa-no, kuanos ‘pasta vitrea azzurra’).

 

Per quanto riguarda i logogrammi, quelli finora attestati sono circa 170 e rappresentano uomini, animali, oggetti e derrate. A questi si aggiungono 5 simboli per le cifre (1, 10, 100, 1.000 e 10.000) e 9 metrogrammi (cinque per le misure di peso e quattro per quelle di capacità). I logogrammi si distinguono in logogrammi semplici (VIR ‘uomo’, MUL ‘donna’, VIN ‘vino’, SUS ‘maiale’, etc.) e “legature” (combinazioni di logogrammi e sillabogrammi in funzione acrofonica; p.es. SUS+SI, dove SI abbrevia si-a2-ro, cioè sihalos ‘maiale da ingrasso’). Categorie affini ai logogrammi sono quella delle sigle (sillabogrammi isolati in funzione acrofonica; p.es. KU, abbreviazione di ku-mi-no, cioè kuminon ‘cumino’) e quella dei monogrammi (risultanti dalla fusione dei tracciati di più sillabogrammi in un unico tracciato; p.es. ME+RI, cioè meli ‘miele’). Spesso accade che i logogrammi siano preceduti da sillabogrammi isolati in funzione acrofonica. Tali sillabogrammi, che hanno lo scopo di specificare il significato dei logogrammi, prendono il nome di determinativi (p.es. pa OVISm significa ‘vecchio montone’; pa infatti è abbreviazione di pa-ra-jo, cioè palaios ‘vecchio’).

 

Per quanto riguarda, infine, il senso di scrittura, le iscrizioni in lineare B sono destrorse.