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Antiche scritture del Mediterraneo

Guida critica alle risorse elettroniche

Latino

- VII-VI secolo a.C. - Età  contemporanea

a cura di: Filippo Battistoni


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Lapis Niger


La scrittura latina è una scrittura alfabetica attestata a partire dal VII-VI secolo a.C., a seconda della datazione che si dà ad alcuni dei più antichi documenti. Tra i più importanti vi sono, con esclusione dei graffiti brevi: cippo del foro, vaso di Dueno, lapis Satricanus, lamina lavinate, fibula prenestina (?); l’autenticità di quest’ultimo pezzo è stata messa in dubbio, ma se fosse originale sarebbe il più antico (VII secolo). Se invece l'iscrizione di Gabii fosse in lingua latina, sarebbe questo il più antico testo, essendo forse più antico della fibula prenestina.

La scrittura latina procede nella sua forma classica, pur con importanti cambiamenti, fino ai giorni nostri, costituendo la base per la scrittura oggi utilizzata in gran parte del mondo occidentale [WikiMedia, Latin alphabet world distribution].

L’alfabeto latino deriva da quello greco euboico, probabilmente attraverso la mediazione degli Etruschi. “L’operazione fonologica dei Latini che hanno attribuito alle lettere greche non utilizzate dagli Etruschi precisi valori fonetici (Δ= d, O=o, Χ=cs) si spiegano con l’intervento greco; d’altra parte, però, l’intermediario etrusco è necessario per spiegare il sistema di notazione delle velari” (M. Cristofani, Scrittura e Civiltà 2, 1978, 15). La terza lettera dell’alfabeto latino C, ad esempio, in etrusco aveva il suono di /k/ che è poi passato al latino, ma derivava dal gamma greco (nella sua variante grafica calcidese, simile alla moderna C) che, come noto, aveva il suono /g/. Tale fono venne inserito solo alla fine del quarto secolo a.C., rappresentato dal segno G. L'alfabeto arcaico, sulla base delle testimonianze più antiche, contava 20 segni.

Alla fine del quarto secolo l’alfabeto latino conta 21 lettere, fermandosi alla X. Hanno cambiato suono il koppa divenuto “Q”, il digamma che da semivocalico passa a “F”; “H” rimane aspirata come nell’alfabeto greco arcaico preeuclideo; la "G" era stata inserita ex novo al settimo posto affiancando la C, rispettivamente gutturale sonora e sorda. Alle 21 lettere  verranno aggiunte alla fine del secondo secolo la “Z” e la “Y” per la traslitterazione di parole greche.

L’alfabeto latino è poi rimasto sostanzialmente immutato fino a oggi con la sola eccezione dell’aggiunta di tre lettere voluta dall’imperatore Claudio ma che ebbero scarso successo e furono quasi immediatamente abbandonate dopo la fine del suo regno, come viene testimoniato esplicitamente da autori antichi, cfr. Tac. Ann. 11, 14: Claudius tres litteras adiecit, quae usui, imperitante eo, post obliteratae, adspiciuntur nunc etiam in aere. Le tre lettere aggiunte furono il digamma inverso, l’antisigma e la mezza aspirata, cfr. sezione "simboli" per la rappresentazione grafica di questi suoni).

Contenuti e forme scrittorie variano generalmente in base al supporto su cui sono scritte ed allo strumento con cui si scrive. Le più antiche testimonianze di scrittura latina sono su ceramica, pietra e metallo.


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Indice dei contenuti

Materiali

I materiali su cui si scriveva in latino sono numerosi. Tra i meno deperibili si ricordano la ceramica e i metalli (per impressione sulla ceramica prima della cottura o sulle monete, ovvero a sgraffio per la ceramica, prima o dopo la cottura) e la pietra (incisa con scalpello e poi spesso rubricata). Infine vanno considerati i mosaici.

Tra i materiali maggiormente deperibili di cui però abbiamo una buona testimonianza vi sono le tavole lignee, sia cerate dove la scritta veniva incisa, sia al naturale o “dealbatae” = pitturate di bianco per maggior contrasto, con pennello ed inchiostro. In particolare si ricordino quelle di Pompei ed Ercolano, quelle transilvane e quelle di Vindolanda. Sono simili alle tavole come supporto gli stucchi, ad esempio parietali. Il lino, diffuso in Etruria, pare aver avuto meno fortuna a Roma ed essere stato utilizzato in particolar modo per quelle discipline in cui i Romani erano maggiormente debitori agli Etruschi (ambito religioso: augurale) e comunque non oltre il terzo secolo a.C. A partire da ca. il primo secolo a.C. ci rimangono documenti scritti su papiro, mentre la pergamena compare più tardi (la più antica potrebbe essere un frammento del de bellis Macedonicis datato ca. al 100 d.C., CLA II2 207). Papiro e pergamena potevano essere presentati o in forma di rotolo o di codice, quest’ultimo composto alternativamente di papiro o di pergamena.


Discipline

Dalla breve panoramica [NB link alla sezione paleografia], molto semplificata, delle principali forme della scrittura latina si sono comunque potute osservare delle differenze, cronologiche e legate ai modi ed ai materiali con cui si scriveva. Una « histoire de l’écriture d’après tous les documents graphiques, sur quelque matière que ce soit » (L. Robert) non è stata ancora scritta e permane, sebbene si cerchi di far sì che ciò non costituisca un vincolo eccessivo, una distinzione tra discipline.

La scrittura latina, la sua storia, evoluzione, valore/funzione, è oggetto di studio della paleografia latina. Con scrittura si intende ogni testimonianza scritta, sia essa un’inscrizione su pietra, su metallo, papiro o codice o altro ancora. I primi trattati di paleografia (quello del benedettino J. Mabillon e quello del marchese S. Maffei) si basavano in larga parte su materiale epigrafico e contribuivano allo sviluppo di un atteggiamento scientificamente critico nei confronti dei pezzi. La paleografia tuttavia si è poi storicamente concentrata in particolar modo su quei documenti iscritti che offrono maggior spunto per lo studio della scrittura, quelli cioè in cui sia il materiale su cui si scrive, sia quello con cui si scrive permettono una maggiore spontaneità allo scrivente, rispetto all’inscrizione su pietra ad esempio. A partire dalla metà del secolo scorso si è invece riacuito l’interesse dei paleografi per le iscrizioni, in particolare sulla scia della “Paleographie romaine” (Madrid 1952) di J. Mallon. Questi sottolineava l’interesse del paleografo anche per le epigrafi, ponendo l’attenzione sulla figura dell’ordinator, di colui cioè che scriveva ad inchiostro sulla pietra il testo che sarebbe poi dovuto essere inciso.

Discipline indipendenti dalla paleografia ma strettamente correlate dal momento che si occupano di documenti iscritti ed in parte di scrittura (intendendo con ciò lo studio della scrittura), sono, per il mondo antico, l’epigrafia e la papirologia.

L’epigrafia latina si occupa, grossomodo, di tutte le iscrizioni (= epigrafi) eseguite per incisione/graffito, ad eccezione degli ostraka, e di quelle a stampo, mentre la papirologia ha come oggetto di studio gli ostraka (pochissimi i latini) e i papiri scritti. Questa divisione sommaria è solo indicativa e la papirologia latina è di fatto accorpata alla paleografia, dal momento che al contrario della papirologia greca ha una base documentaria molto inferiore.

Per i periodi più antichi (quando cioè le testimonianze scrittorie sono per lo più su supporti duri: pietra etc., all'incirca fino al V secolo d.C.), di fatto epigrafia e paleografia vengono ad avere lo stesso oggetto di studio, con prospettive differenti: la prima si occupa del documento nella sua interezza (aspetto esteriore, contenuto, significato storico); la seconda si concentra sulla scrittura. Naturalmente anche l’epigrafista deve tener conto di questo aspetto, specialmente dal momento che i documenti iscritti antichi vengono generalmente pubblicati per la prima volta da epigrafisti/papirologi e non da paleografi, ma esso rimane secondario. Avendo metodi e prospettive differenti è indispensabile che le due discipline dialoghino tra di loro, anche se a volte ciò risulta non semplice (istruttive ed interessanti sono le risposte date da alcuni noti epigrafisti e paleografi ad un questionario sul rapporto tra epigrafia e paleografia, pubblicate in Scrittura e Civiltà 5, 1981, tra cui si vedano in special modo quelle di S. Panciera e H. Solin).